Intervista a Maria Fuxdi Cristina Ciofini Come ogni anno ci ritroviamo qui alla Cittadella per il corso introduttivo alla danzaterapia che riunisce persone di età e professioni diverse venute da tutta Italia per conoscere il tuo metodo. Questa per molti è anche l’occasione per ritrovarti e ritrovarsi con vecchi amici nella suggestiva cornice di Assisi. Ma quando sei venuta qui per la prima volta? La prima volta è stata nel 1981, dunque sono
venti anni che torno nella Cittadella. Cosa è cambiato rispetto ad allora e come ti sembra il corso di quest’anno? La prima volta nessuno mi conosceva e c’era
da iniziare il lavoro. Come quando si costruisce un palazzo, innanzitutto
bisogna sistemare bene le fondamenta, la radice, perché venga bene il
primo piano e poi il secondo, il terzo e così via. E tu ti senti cambiata? Certo,
sento la mia maturità. La metodologia è cresciuta, il lavoro si è fatto
più profondo e creativo. Sono partita dalla radice e piano piano la radice
si è convertita in tante altre cose. Cosa ti aspetti per il futuro? Tutto nella
vita si muove, si trasforma, evolve e così anche la danzaterapia. Mi
aspetto una crescita del metodo sia per quanto riguarda gli aspetti
relazionali e di sensibilità percettiva, sia per l’aspetto di conoscenza
del sé. Credo che questa crescita passerà anche attraverso il lavoro dei
miei collaboratori e dei miei allievi. Da parte mia continuerò sempre la
ricerca per riuscire a dare maggiore profondità e creatività al movimento
attraverso la danzaterapia. Che effetto ti fa vedere tante persone che dopo aver frequentato il corso introduttivo di Assisi hanno proseguito ed approfondito la conoscenza del tuo metodo nelle scuole di formazione e adesso lavorano con la danzaterapia in molte parti di Italia? E’ una grande gioia. E’ meraviglioso sapere che gli stimoli offerti lavorando con vari materiali, musica, immagini, tutto quello che ho proposto attraverso la danzaterapia in questo suggestivo scenario di Assisi, così come in Firenze, Milano, Trieste e altre città di Italia, è stato portato dai miei allievi in realtà molto diverse: negli istituti per disabili, nelle scuole, nelle case di riposo, anche nel carcere. Mi dà una grande emozione perché attraverso di loro, attraverso la diversità, il mio metodo si rinnova ogni volta. Quando sei arrivata in Europa quest’anno? Sono arrivata a gennaio. La prima tappa è
stata in Spagna, a Madrid. Poi mi sono fermata per alcune settimane a
Firenze dove c’è la mia scuola di formazione che è diretta da Lilia
Bertelli, il Centro Toscano di danzaterapia. Là ho fatto molto lavoro.
Dopo sono stata a Trieste e a Milano dove prosegue la formazione presso il
Centro Risvegli e il Centro Sarabanda. A Milano ho avuto un interessante
incontro e confronto con Erns Duplan[1] nel corso della
manifestazione “Il corpo e la gioia”. Entrambi, con diverse metodologie,
abbiamo proposto un lavoro intensivo di creazione ed improvvisazione. Hai trovato diversità nelle richieste di danzaterapia nelle città italiane dove hai lavorato? La
diversità non è geografica, la diversità è nella gente. Non siamo tutti
uguali, ma tutti abbiamo il cuore nello stesso posto … così pure la
pancia. Tu hai centrato il tuo messaggio pedagogico sull’integrazione. Oggi che in Italia si parla tanto di questo argomento, pensi che la danzaterapia possa essere anche un veicolo di integrazione culturale? Per me
l’integrazione è fondamentale. Fare danzaterapia in gruppo, con persone
simili a noi e persone diverse da noi apre l’orizzonte individuale e fa
crescere la persona. Si parla tanto di integrazione, ma in effetti cosa si
fa? Io faccio integrazione, nel mio lavoro. La danzaterapia può
essere parte di un processo di integrazione anche culturale in Italia,
penso proprio di sì. Quando ripartirai? Alla fine di marzo rientrerò in Argentina.
Ho appena parlato a telefono con le mie collaboratrici che in Buenos Aires
proseguono il lavoro in mia assenza. Riprenderò gli incontri con le mie
allieve che mi stanno aspettando. Ma ripartirò presto perché sono stata
invitata a tenere corsi di danzaterapia in Messico. Assisi, marzo 2001
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a cura di Cristina Ciofini aprile 2001 |